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La fucina del colore
Livorno 1900-1930

Viareggio, Centro Matteucci per l’Arte Moderna
a cura della Società di Belle Arti
30 aprile – 27 giugno 2021

L’accurata e rara selezione di opere esposte, provenienti in larga parte da una pregevole collezione privata, mira a evidenziare la fertile diaspora stilistica che interessò, nei primi decenni del XX secolo, la congerie di artisti livornesi formatisi in seno alla tradizione macchiaiola, conducendoli a imprimere una svolta decisiva all’arte non solo locale ma nazionale, nel segno di un primato dell’espressività cromatica sull’impianto formale.

Come rilevato dalla critica coeva, da Mario Tinti a Gastone Razzaguta e Vittorio Pica, sono le stesse “espressioni più emotive e dinamiche di Giovanni Fattori [e] l’estrosa e drammatica concitazione di Silvestro Lega” dell’ultimo periodo che predispongono la generazione labronica postmacchiaola, qui ampiamente rappresentata, ad emanciparsi dalle proprie radici e ad aprirsi al colorismo fauve, quello di Matisse, di Van Gogh, di Derain. Lo sperimentalismo parigino penetra, altresì, nel capoluogo toscano trasformandolo, per parafrasare Ragghianti, nella “Livorno cruciale” di inizio secolo, grazie ad un’importazione attiva e intelligente, poi rielaborata in quella fucina che fu il Caffè Bardi di Piazza Cavour, favorita da occasioni di contatto diversificate e multiformi, quali le Secessioni Romane e la Biennale di Venezia, nonché la disponibilità di alcune raccolte toscane. Fra le più celebri, quella di Gustavo Sforni, collezionista illuminato, nonché mecenate di artisti quali Oscar Ghiglia e Mario Puccini. Per confezionare quel peculiare stile che combina un colore sfolgorante con la struttura cezanniana, ancor più del soggiorno in età matura nell’Alta Provenza, fu cruciale per quest’ultimo la consuetudine, favorita dall’amico Oscar Ghiglia, con il collezionista fiorentino che lo accostò alle riproduzioni di opere di Van Gogh e Cézanne. Non a caso il pittore fu denominato “il Van Gogh livornese” dal conterraneo Llewelyn Lloyd, anch’egli assiduo frequentatore di casa Sforni e altrettanto abile nel mutuare la formazione recepita nel solco fattoriano in sorprendente sintesi di dense tassellature cromatiche, come evidente ne La casa rossa. In linea con quella tradizione, Giovanni Bartolena, pur rimanendo fedele al dato percettivo, carica altresì la realtà di una infuocata accensione tonale che rimanda a Vlaminck e Matisse, osservabile in particolare nelle smaglianti Natura morta con fiori e frutta e Composizione con castagne e limone. La silente vita degli oggetti diviene pretesto per verificare la congruità con i modelli impressionisti e postimpressionisti anche per Lodovico Tommasi, che ne I peperoni rende esplicito il riferimento a Van Gogh. Formatosi alla scuola leghiana con il fratello Angiolo e il cugino Adolfo, dopo gli esordi orientati ad un naturalismo vivacizzato da un’originale pennellata divisionista, ravvisabile nel suggestivo Aure tiepide, si sofferma nel primo decennio del ‘900 sulla figura umana, in particolare femminile, inserita in contesti di vita popolare, con un’impronta ancora una volta debitrice dell’esempio francese e di quello spagnolo: si veda l’attinenza testuale delle Ricamatrici con Cucendo la vela di Joaquin Sorolla y Bastida, nel gioco di riflessi luministici che dal candido drappo si rifrangono sui volti. Il contatto di Ulvi Liegi con le avanguardie durante il soggiorno a Parigi nel 1886, nonché lo studio e l’osservazione attenta dei protagonisti di quella rivoluzione, quali Seurat, Signac, Sisley, Pissarro, Degas e Monet, funsero da propulsore per innescare quel personalissimo stile che veste la matrice naturalista toscana di una vitalità coloristica mediata da una pennellata vibrante e sfilacciata, che pur non sottrae efficacia all’impianto prospettico, come si osserva in Piazza San Gallo a Firenze, in Porta Romana a Firenze e nella Draga sull’Arno. All’interno della mirata selezione di opere non passa certamente inosservato Renato Natali, originale interprete di quella Livorno notturna che tanto piacque a Luchino Visconti al punto di ambientarvi alcune scene di Senso.

La mostra infine non manca di riservare alcune sorprese, quali il lirico Percorso del torrente di Adriano Baracchini Caputi, realizzato nel 1904 con una fedeltà al verbo divisionista, tra Segantini e Pellizza da Volpedo, riscontrabile tanto nell’accurata stesura pittorica, quanto nella resa atmosferica soffusa di spiritualismo; al contrario Plinio Nomellini dà prova nel Forte di San Benigno a Genova di una tecnica ‘divisa’ del tutto personale e istintuale, eppur fondata sul convincimento che filamenti e macchie di colore puro giustapposti esaltino al massimo la brillantezza, conferendo grande vitalità all’insieme. Il sedimento lirico proprio del divisionismo è filtrato dalla eccellente sensibilità cromatica di Amedeo Lori, artista pisano formatosi alla “corte pucciniana” torrelaghese e grande amico di Lloyd al quale, nel 1901, dedica una fotocartolina riproducente Primo sole sulle Apuane, presente in mostra e vero e proprio inno all’incanto della natura.

Solo su prenotazione
Informazioni e prenotazioni:
Società di Belle Arti
Viale M. Buonarroti, 9 – Viareggio
tel. 0584 52030
info@sba.it