Di Chiara Gatti, da La Repubblica, 10 gennaio  2018

 

La gente di Napoli lo chiamava ‘o scultore pazzo. Un uomo difficile , folle ma attraente. Vincenzo Gemito (1852-1929) era un genio di natura, nato con un talento nelle mani. Modellare la terra cruda o la cera madre come fossero burro. Già a dodici anni, nelle botteghe dei maestri che lo accoglievano come garzone, plasmava nella creta personaggi fragili. Lavorati a pollice. I primi, piccoli eroi del suo popolo del mare. Pescatori, acquaioli, bambini accucciati con la lenza. Si narra che chiedesse ai giovani modelli di posare in bilico su rocce cosparse di sapone. Solo così poteva ritrarre davvero la tensione dei muscoli, l’equilibrio  instabile dei corpi, la concentrazione nella pesca. Peri ragazzi di Mergellina, orfani di affetti, simbolo di un’infanzia emarginata, non era uno svago, ma una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Fu questa sua adesione al dramma degli umili, la capacità di catturarlo nella materia, a colpire il pubblico francese. “Plein de vie”, piene di vita, furono giudicate l sue opere dalla critica parigina quando, nel 1878, vennero presentate alla Esposizione Universale, nella sezione che documentava il progresso degli italiani nella ricerca plastica. Gemito fece discutere. Qualche mese prima aveva esposto il suo ritratto di Giuseppe verdi al Salon della Società degli artisti francesi. Un soggetto istituzionale, splendidamente intimo, toccante nell’indagine del volto assorto , ma non certo audace come poteva apparire invece il fisico nudo di un ragazzino appeso a uno scoglio. Fioccarono sui giornali aggettivi come “laido” e “disgustoso”. Ma la potenza del suo verismo superò ogni pruderie. E ottenne una medaglia d’oro. All’epoca, condivideva un appartamento , in rue de Rude, con l’amico pittore Antonio Mancini.   Trascorsero insieme un periodo di convivenza minato dal conflitto inevitabile fra caratteri forti. Fu tuttavia merito di Mancini se Gemito approdò alla Maison Goupil, celebre galleria, crocevia di nomi emergenti dell’arte internazionale. 

Mentre i colleghi di Parigi guardavano con invidia alle sue abilità tecniche nella fusione di cera persa (ne lasciò la ricetta segreta agli scultori Dubois e Dalou), il  girovagare per i salotti culturali della città lo portò ad incontrare Giovanni Boldini, “the little italian”, il ritrattista più richiesto della belle époque, cui dedicò un busto bronzeo, oltre al vecchio maestro napoleonico Meissonier, il “peintre des garnisons” come lo aveva definito Baudelaire, alludendo alle sue famose scene di battaglia. Proprio a lui donò il Pescatore che tanto scandalo aveva raccolto all’Expo e che Meissonier amò intensamente per le sue forme sode, generate dall’argilla.

“Le statue di Gemito sono i passatempi di un demiurgo” scriverà, in pieno Novecento, Savinio. Quel Dio dei miserabili, dietro la sua lunga barba da stilista, era riuscito a fondere l’eredità della statuaria classica ammirata al Museo archeologico di Napoli con il sentimento vivido della natura. Non stupisce che, lontano dal suo mare, si sentisse un po’ perduto. “Io sto qui per fare danari e conoscenze” confessava da Parigi; “questo è un Paese che uno di talento può divenire ricco!”.

E il successo lo gratificò infatti con altre menzioni “honorable” al Salon e con commissioni ben pagate. Ritratti, soprattutto . Ma ogni ritorno a Napoli era lenitivo per la sua insania latente. Dolori, perdite familiari, inquietudini innate lo trascinarono presto lontano dalle luci di Parigi. In una lettera a Meissonier, vergata per chiedere consiglio su una richiesta regale arrivata da Umberto I, esplose il suo malessere. Era il 1886. L’inizio della follia.