da Catalogo Mostra “Esposizione individuale dei pittori Francesco e Luigi Gioli“, Galleria Centrale d’Arte, Milano 21 ottobre – 5 novembre 1916.

 

 L’arte dei Gioli, squisitamente toscana e arditamente italiana, non ha bisogno di parolefatue come i lumi dei palcoscenici, o di sapienti guide tematiche, come i poemi barbari per essere capita da chi la vuole ascoltare, un poco sostando: essa, apre da gran signora le porte dell’anima, entra, da gran signora ‘per gli occhi e pel cuore’ e dà tutto di sè con semplicità serena, con austera dolcezza, sorridendo e dolorando – se dolora- umanamente. Le sue mani sono cariche di fiori campestri. I suoi occhi riboccano di fresco cielo. La sua voce è sempre un chiaro stornello di amore o di rassegnata passione. Pura arte.

Francesco Gioli, raccoglie qui, in questa superba mostra individuale, tutta quanta la sua lunga carriera di artista – che cominciò nel 1874 – ha dato di più spontaneo e di più bello: ammirato – in parte- anche nell’esposizione individuale che l’illustre pittore diede nel 1914 a Venezia. Tutta una vita di fatica, di audacia, di vittoria e di sacrificio è qui, viva e gagliarda nei quadri dipinti – dal 1874 ad oggi (1916) – sempre attraverso la furia della giovinezza impaziente, e la furia paziente dell’ingegno, che non si riposava. Uno dei primi lavori di Francesco Gioli è del 1879. Rappresenta una vecchia filatrice , dal volto duro, e le mani aspre che fila la conocchia. Quadro impostato con una sobrietà di colori ed una efficacia di luci da meravigliare.

La nota umana, che poi doveva cantare con tanta fresca voce sulle tele successive, è già viva e forte, anche in questa sua tela. Ma il suo primo trionfo – dopo essere passato attraverso la scapigliata audacia de’ “macchiaioli” che polemizzavano a colpi di quadri e di feroci parole – Francesco Gioli lo ebbe con il Viatico portato a traverso la macchia eseguito nel 1876, una magnifica affermazione di artista e di poeta, una poesia umana e mistica della natura e degli uomini, fusa in una sola bellezza e in una sola luce di pietà e di speranza. E da allora in poi Francesco Gioli fu un vero e originale pittore che del Fattori e del Michetti conobbe tutte le malìe e le suggestioni, trasformandole attraverso la propria carne e il proprio cervello. Dalla Processione del Corpus Domini, un quadro religioso che ride come un paesaggio di primavera, alla Mater Dolorosa, un gruppo di umano e divino dolore; dalle Macchiaiole di San Rossore, che cantano la religione austera della fatica e della pace; alle Mamme che fondono due sentimenti meravigliosi di bontà e di amore, l’arte di Francesco Gioli, magistralmente sicura, salì per la sua vetta superba, sempre parlando il suo umano linguaggio, sempre affermandosi più che mai perfetta e semplice, e disprezzando – rifuggendo anzi, – dalle contorsioni di forme e di colori che altri tentavano per ringiovanire le vecchie edee raccattatae nelle accademie.

Di pari passo, con uguale amore, e con uguale fervore, camminò, accanto al fratello, Luigi Gioli. Anche Luigi Gioli espone in questa mostra quanto di più significativo e di più gagliardo ha dato in più che cinquant’anni di lavoro. Luigi è toscano come Francesco e arditamente italiano egli pure. Chiari cieli, fresche praterie, e la bella vita selvaggia della maremma. Come il fratello, Luigi Gioli, nel suo più bel dialetto natio, senza ricercatezze, senza astruserie di forme, con forte semplicità. Ama la vita libera. I cavalli galoppanti attraverso i boschi. Il tumulto delle criniere e degli zoccoli, dei venti e degli uragani. I suoi cavalli sia he galoppino come nel tragico e meraviglioso quadro Dopo la Battaglia, sia che fatichino per le strade serene come nel quadro I Carbonai sono – oserei dire – d’una umanità semplicemente superba, d’una vivacità  agile e gagliarda, d’una forza di colore e di concezione che ben pochi artisti hanno raggiunto, Fattori compreso. Luigi ama glia nimali. I bovi lunati e virgiliani che sembrano compresi dalla religione del loro lavoro come quelli della Sementa; i bovi gravi ma umili che sembrano fieri della loro fatica sconosciuta,  come quelli dei Pagliai; quelli magnifici e direi quasi decorativi del Raccolto del fieno; quelli nastrati e abbelliti, con il muso pietoso fra i balocchi puerili dell’acconciatura, del Mercato, sono tutto un piccolo poema d’amore, uno studio acuto della religione nuova di domani; un piccolo canto chiaro e perfetto che consacra all’adorazione la terra ed il lavoro.

Così attraverso l’arte di questi due pittori, la poesia della vita, del dolore e dell’amore, si afferma serena e trionfante, con la semplicità stessa con la quale sa esprimersi e rivelarsi agli occhi di chi l’ama, la terranostra.

Forte e perfetta.

E così, i due fratelli, sanno ancora rappresentare la bellezza e la rigogliosa forza della nostra razza, che trova sempre nuova bellezza e nuova energia ad ogni primavera, e si rinnova, come la terra, eternamente.

da Catalogo Mostra “Esposizione individuale dei pittori Francesco e Luigi Gioli“, Galleria Centrale d’Arte, Milano 21 ottobre – 5 novembre 1916.

 

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