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De Tivoli Serafino(1826-1892). Biografia. Quadri in vendita.

de tivoli serafinoLivorno 1826 - Firenze 1892

Originario di Livorno, fin da ragazzo visse con la famiglia a Firenze. Qui ricevette un’educazione classica al Collegio degli Scolopi e, assecondando la sua vocazione, prese a frequentare, con il fratello Felice, la scuola privata di paesaggio avviata da Carlo Markò senior, dove apprese i rudimenti della pittura. Arruolatosi tra i volontari toscani della Prima Guerra d’Indipendenza, nel ’48 combattè a Curtatone e Montanara e, l’anno seguente, partecipò alla difesa della Repubblica Romana. Entrò in contatto con Gerolamo Induno, Eleutero Pagliano e Nino Costa, Rosa Bonheur e Decamps. Al ritorno a Firenze fu introdotto da Pasquale Villari nel circolo di Margherita Albana Mignaty, mentre divenne con Signorini e Fattori uno dei frequentatori abituali del salotto dell’architetto pistoiese Francesco Bartolini e di sua moglie, la poetessa irlandese Luisa Grace. Fece riferimento, inoltre, in alcuni paesaggi (Poggio di Fiesole visto dal canale del Cionfo, Paesaggio con vacche al Pascolo e Arno) a quella maniera “francese” destinata ad apparire così nuova e attraente agli occhi dei futuri Macchiaioli. Tra i rari esempi pervenuti di questo nuovo indirizzo di ricerca sono due tele della fine degli anni Cinquanta, Il ponte di Legno e Il Pascolo con i relativi studi che, oltre a rivelare una perfetta integrazione tra gli spunti più all’avanguardia della pittura francese e la recente tradizione paesaggistica toscana, dimostrano una fattura, per dirla con Adriano Cecioni, “non mai brutale né agitata” ma “calma e senza pretensione”. Purtroppo le enormi potenzialità insite nella sperimentazione di de Tivoli e le aspettative nutrite nei suoi confronti dai contemporanei si esaurirono in fretta lasciando il posto a profonde delusioni. Già, nel ’62, in occasione della Promotrice fiorentina, Signorini, infatti, evidenziò la tendenza alla cifra nelle opere più recenti pur riconoscendo il carattere innovativo dell’arte precedente. Ed è proprio due anni dopo, in seguito ad un’animata discussione politica con quest’ultimo, che egli lasciò improvvisamente Firenze e raggiunse il fratello Felice a Londra, dove si trattenne fino al ’73 quando si trasferì a Parigi. Qui frequentò, soprattutto, la colonia degli artisti italiani di cui facevano parte Filippo Palizzi, Giuseppe de Nittis, Giovanni Boldini e Vito d’Ancona e, mantenendo stretti i legami con l’ambiente fiorentino, appoggiò la neonata G dai quali fu aggiornato sulle nuove tendenze dell’arte europea. Tornato a Firenze, dopo essere stato imprigionato per breve tempo, espose alla Promotrice, dove aveva debuttato con un Paese di composizione nel ’48, alcuni quadri raffiguranti paesaggi laziali, un episodio tratto dalla storia di Roma antica e un Motivo presso il lago di Massaciuccoli. Tra i primi frequentatori del Caffè Michelangiolo, ne divenne prestissimo uno degli animatori più vivaci, introducendovi artisti più giovani come Telemaco Signorini e Odoardo Borrani e stringendo un’amicizia particolare con Vito D’ancona e con il caricaturista Angiolo Tricca. Continuò, nel frattempo, a partecipare con regolarità alle più importanti manifestazioni italiane, presentando alle Promotrici fiorentine alcuni dipinti frutto delle gite nell’alta Lucchesia e lungo il corso dell’Arno. Nel ’55 visitando con Altamura l’Esposizione Universale di Parigi, rimase fortemente colpito dalla pittura della Scuola di Barbizon ed in particolare da Constant Troyoalleria Lega-Borrani inviando nel ’76 due quadri che ritirò l’anno successivo prima che l’iniziativa fallisse. Nel frattempo divenne più assidua la sua presenza al Salon, dove, dal ’76, espose con regolarità opere frutto delle gite in Normandia e a Bougival, dimostrando una completa adesione ai modi dell’Impressionismo, soprattutto nell’immediatezza della raffigurazione, resa in tutta la sua dinamicità con una pennellata larga e pastosa vagamente affine a quella di Monet e Pissarro. Rientrato a Firenze assai provato e in miseria, riprese a dipingere con i vecchi amici nella campagna circostante. Nel ’91 inviò un quadro a Milano dal titolo A Marly-le-roi e da allora non mancò di partecipare ogni anno alle Promotrici fin quando, povero e ammalato, fu costretto a ritirarsi in una casa di riposo ebraica.

 


 

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