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Fattori Giovanni

Livorno 1825 - Firenze 1908

Giovanni-Fattori-vendita-dipinti“Levato da scuola senza alcuna cultura”, come lui stesso dichiarerà, cominciò a lavorare prestissimo presso il banco d’affari del fratello maggiore Rinaldo. Dimostrando una spiccata inclinazione per il disegno, fu introdotto alla scuola di Antonio Baldini, modesto pittore livornese, sotto il quale compì notevoli progressi. Nel ’46, dopo essere stato condotto dal padre a Firenze, prese a frequentare le lezioni di Giuseppe Bezzuoli per passare l’anno successivo, con poca convinzione, all’Accademia di Belle Arti, dove con il suo temperamento indisciplinato conquistò la fama di scolaro molto vivace. Perfettamente inserito negli ambienti democratici livornesi e fiorentini, nel ’48 visse i fermenti rivoluzionari partecipando in qualità di fattorino del Partito d’Azione all’attività clandestina. Dal ’50 fu tra i frequentatori più assidui, insieme a de Tivoli e Signorini, del salotto pistoiese dell’architetto Francesco Bartolini e di sua moglie, la poetessa irlandese Luisa Grace, oltre che del caffè Michelangiolo, pur dimostrandosi poco incline alle discussioni artistiche e alle ricerche collettive. La sua attenzione sembrò, piuttosto, appuntarsi su alcuni temi storico-letterari, come dimostrano dipinti quali I figli di Edoardo IV divisi dalla madre e Ildegonda, con cui debuttò alla Promotrice fiorentina del ’55. Terminati intanto gli studi accademici, per far fronte alle necessità economiche disegnò vignette litografiche per diversi giornali; pur tuttavia non abbandonò il  principale campo d’indagine, volto a una resa nitida del segno abbinata a forti contrasti tonali che ebbe il suo momento più significativo in Maria Stuarda al campo di Crookstone della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. Spronato da Nino Costa, tentò nel contempo i primi esperimenti dimacchiache lo videro impegnato a dipingere dal vero i soldati francesi del corpo di spedizione di Gerolamo Bonaparte accampatisi, nella tarda primavera del ’59, al parco delle Cascine a Firenze. Ancora su esortazione di Costa partecipò al Concorso Ricasoli, risultando vincitore con il bozzetto per Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta. Nel luglio del ’60 sposò Settimia Vannucci nella chiesa di Santa Maria del Soccorso di Livorno e con lei andò a vivere in via del Maglio a Firenze. Durante questi primi anni di matrimonio, anche se quasi completamente assorbito dalla lenta e difficoltosa traduzione del bozzetto della battaglia di Magenta, non interruppe gli studi all’aperto come attestano opere quali Contadina nel bosco, dipinta nella campagna livornese, in stretto contatto con Costa. Nel ’64, sebbene impegnato a Livorno (dove si era trasferito l’anno precedente a causa della malattia tubercolare della moglie) nella realizzazione della Battaglia di Montebello (Livorno, Museo Civico), lavorò a ritratti di familiari e amici, ancora fortemente influenzati sia dal sodalizio con l’amico romano, come il ritratto de La Cugina Argia, sia dalla precedente formazione purista, evidente nel Ritratto della cognata, della Prima moglie e della Signora Mecatti e a soggetti campestri di grande solennità e pacatezza, animati da giovani contadine al lavoro, che ebbero la manifestazione di maggior rilievo in tre quadri dipinti intorno al ‘65: le Acquaiole livornesi, i Costumi livornesi e le Macchiaiole. Opera quest’ultima che, esposta alla Promotrice fiorentina dell’anno successivo, fu positivamente accolta da Signorini tra le polemiche del pubblico e della critica. Al periodo livornese risalgono anche alcune tavolette dal taglio spiccatamente longitudinale, come La punta del RomitoPastura in Maremma, anticipatrici dell’idea dell’impressione colta dal vero, che di lì a poco sarà alla base de La Rotonda di Palmieri. Proseguì intanto la realizzazione di soggetti militari sia in grandi scene d’insieme, destinate solitamente alla committenza pubblica, come Carica di cavalleria a Montebello, Un fatto d’arme della guerra d’Italia del 1860, Passaggio del Mincio e Fanterie italiane alla Madonna della Scoperta (opera con la quale sarà premiato, nel ’68, al concorso Berti), sia in composizioni sempre più ridotte, interamente giocate sul dinamismo prospettico dell’evento rappresentato. Nell’estate del ’67, poco dopo la morte della moglie, fu ospite per la prima volta di Diego Martelli a Castiglioncello; qui condivise la precedente esperienza pittorica con il gruppo degli amici macchiaioli riuniti intorno allo scrittore, esercitando un’influenza particolare su Giuseppe Abbati. Nello stesso tempo cominciò a dedicarsi a alcuni soggetti tratti dall’ambiente circostante, come i buoi bianchi al carro, i cavalli bradi in pastura e i contadini, riproposti in molteplici varianti. Riscosse, nel frattempo, grandi successi cui fecero seguito importanti riconoscimenti ufficiali; nel ’69 ricevette, infatti, la prima nomina di docente presso l’Accademia fiorentina; fu premiato a Parma, nel ‘70, per il Principe Amedeo ferito a Custoza e, nel 72, fu a Roma, dove rivide probabilmente Costa e espose alla Società Amatori e Cultori PasturaMaremma toscana, Boscaiole e Vedetta. Al termine di un soggiorno a Parigi, dove si recò nel’75 in compagnia di Cannicci, Ferroni e Francesco Gioli, fu ospite di quest’ultimo a Fauglia, nella campagna pisana, e a più riprese, tornò a lavorare nella casa di Martelli a Castiglioncello. Nell’82 si spostò, invece, su invito dei Corsini, in Maremma dove trasse spunto per opere ispirate alla vita dei butteri, quali La Marca dei Puledri, Mercato di pecore e Il riposo che, presentate all’Esposizione Internazionale di Venezia dell’87, testimoniano un nuovo modo d’interpretare il paesaggio, vicino alle contemporanee espressioni del tardo naturalismo europeo. Dall’86, quando fu nominato professore di perfezionamento all’Accademia, lasciò trapelare dai suoi quadri una sempre maggiore delusione, comune del resto a tutta la generazione quarantottesca, per la svolta reazionaria subita dalla politica italiana che, in lui, si accompagnò a un crescente attaccamento ai principi artistici saldamente consolidati. Del ’91 è la querelle con alcuni dei allievi, sostenitori della corrente divisionista; nonostante ciò, rappresentò il riferimento obbligato proprio per quella cerchia di pittori toscani che di lì a breve avrebbe dato avvio al rinnovamento artistico del Novecento. Continuò intanto la sua intensa attività pittorica come attestano le numerose presenze  alle più importanti esposizioni italiane e straniere. Nel 1900, otto anni prima della morte, fu nominato membro dell’Accademia Albertina di Torino.





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ANTOLOGIA CRITICA: Giovanni Fattori da "Ritratti d'artisti italiani" di Ugo Ojetti, 1911 (prima parte)Giovanni Fattori da "Ritratti d'artisti italiani" di Ugo Ojetti, 1911 (seconda parte),



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