di Stefano Bucci, da La Lettura, Corriere della Sera, 2 dicembre 2018

Schiacciata  degli Impressionisti, la pittura italiana del secolo ha subito per decenni l’anatema di Roberto Longhi: “Buona notte, Signor Fattori”.Decine di esposizioni “riabilitano” una stagione ricca di fermenti anche oltre il Romanticismo e i Macchiaioli.

C’è un piccolo mondo antico che, da tempo, aspettava una rivincita.. Un piccolo mondo antico che, proprio come nel romanzo epopea di Antonio Fogazzaro (1895), mette insieme universi familiari minimi e grandi ideali patriottici, paesaggi tempestosi e fatiche rurali, Torquato Tasso che declama la Gerusalemme Liberata e Lucia Mondello, i ritratti della contessina Antonietta Negroni Prati Morosini  e di Pia de’ Tolomei, le allegorie della Fede in Dio e della Meditazione. E’ il piccolo mondo antico dell’Ottocento italiano e de3lla sua arte all’apparenza più tradizionale e semplice (quella di romantici, macchiaioli, simbolisti, realisti, divisionisti, puristi e primi neoclassici) che le parole di un grande critico come Roberto Longhi avevano condannato all’oblio sin dall’ormai lontano 1937, da quando in una breve monografia dedicata a Carlo Carrrà aveva scritto: “Mentre la buona pittura francese dell’Ottocento quasi s’inaugura con quel dipinto calcinoso e ingrato, ma inconsapevolmente tanto simbolico, che s’intitola .”Bon jour, M. Courbet, è un peccato che ancora manchi alla moderna pittura italiana, oggi che poi molto si parla di composizioni a soggetto, un gran quadro che finalmente si chiami : Buona notte, signor Fattori”. Una sorta di requiescat in pace per uno dei maestri dei Macchiaioli da allora costretti a un ruolo subalterno nei confronti dei contemporanei e già celebratissimi impressionisti francesi. Tanto che per la grande antologica del 2013 al Musée de l’Orangerie di Parigi si è pensato bene di scegliere un titolo come Les Macchiaioli. Des Impressionistes italiens? Che sembrava voler sottolineare tutta la (presunta) indeterminatezza del movimento.

Ora per quel piccolo mondo antico sembra essere davvero arrivato il tempo della (necessaria) rivincita, sull’onda dell’idea (che sembra accomunare direttori di musei, collezionisti, galleristi) di un Ottocento lunghissimo  da essere ormai diventato contemporaneo. Citando l’Amleto di Shakespeare (“Time is out of join”) per sottolineare l’elasticità del tempo, la curatrice della Galleria d’Arte Moderna di Roma, Cristiana Collu, ha così avviato nel 2016 la riorganizzazione della Gnam mettendo con successo a confronto, nella stessa sala, La battaglia di San Martino (1883) di Michele Cammarano, con una Crocifissione contemporanea (1953) di Emilio Vedova e con il Grande Rosso P.n. 18 (1964) DI Alberto Burri. Alla Fondazione Prada nel 2017 per The Boat is Leaking. The Captain Lied il regista-scrittore Alexander Kluge, l’artista Thomas Demand, la scenografa e costumista Anna Viebrock e il curatore Udo Kittelmann avevano scelto invece come riferimento l’Angelo Morbelli di Giorni…ultimi! (1883). Mentre Ottocento contemporaneo era il titolo del primo appuntamento (febbraio 2018)del laboratorio messo in piedi dalla Galleria Bottegantica di Milano per “offrire una prospettiva di paragone tra l’arte dei giorni nostri e la pittura dell’Ottocento”, tra Arianna Tosi e Giovanni Boldini, Ignazio Giordano e Guglielmo Ciardi, Lorenzo Fabietti e Antonio Mancini.

Una ventina le mostre ora in corso in Italia mentre è già annunciata Ottocento. L’arte italiana tra Hayez e Segantini (ai Musei San Domenico di Forlì dal 9 febbraio al 16 giugno) e mentre si è appena conclusa quella dedicata ad Amos Cassioli e ai puristi senesi al Centro Pietro  Aldi (un altro ottocentista, autore dell’affresco con L’incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II nella sala del Palazzo Pubblico di Siena, 1886) di Saturnia. Intanto, sull’onda di questo revival, anche la Tate Britain di Londra celebra con grande successo l’Ottocento del preraffaellita Edward Burne-Jones con i suoi angeli delicati e tormentati (fino al 24 febbraio). A farla da padrone (con una media di oltre mille visitatori al giorno) sono in particolare Romanticismo, l’esposizione curata da Fernando Mazzocca e ospitata tra le Galleria d’Italia e il Museo Poldi Pezzoli di Milano (fino al 17 marzo) e I Macchiaioli.Arte italiana verso la modernità a cura di Cristina Acidini e Virginia Bertone alla Galleria d’arte moderna di Torino. (fino al 24 marzo).

Ma l’elenco delle esposizioni propone in ordine sparso anche le opere di Pellizza da Volpedo, dei Divisionisti, dei “già noti” Francesco Hayez (alle quattro versioni della sua Valenza Gradenigo davanti agli Inquisitori la Gam di Milano dedica fino al 17 febbraio un’intera stanza), Gaetano Previati, Domenico Induno e dei meno celebrati Pio Fedi, Virginio Ripari, Enrico Reycend, Alphonse Bernoud, Antonino Leto. Proprio questa ritrovata passione per l’Ottocento consente, tra l’altro, nell’anno delle celebrazioni rossiniane la riscoperta di Pelagio Palagi, a cui è dedicata la mostra in corso (fino al 3 marzo) al Palazzo Ducale di Urbino.

Il racconto è quello di un lunghissimo ottocento, un secolo segnato da artisti giovani, agguerriti e ribelli, nati nell’Accademia ma che se ne allontanano subito incalzati dalla storia e dalla necessità di trovare nuovi strumenti espressivi. Niente di meno polveroso, niente di più lontano da quell’idea di arte semplice che per lungo tempo ha penalizzato l’Ottocento italiano. Paradossalmente ad accorgersi di questa attualità sono stati prima di tutto gli stranieri: a cominciare dai 45mila giapponesi (con picchi di 2.700 passaggi giornalieri) che nel 2010 avevano affollato per otto settimane le sale del Tokyo Metropolitan Teien Art Museum per I Macchiaioli, maestri italiani del realismo.La mostra milanese cerca di definire, in particolare, il contributo italiano al Romanticismo. Le 200 opere (di cui 40 mai esposte prima) ripercorrono così il vivace confronto  e dibattito culturale svoltosi tra l’Inghilterra , la Francia e i paesi del Nord, soprattutto la Germania e l’Impero austriaco, a cui partecipò l’Italia , negli anni che vanno dal Congresso di Vienna alle rivoluzioni che nel 1848 sconvolsero il vecchio continente. Sottolineando la vocazione europea di Milano e il suo ruolo di primo piano nella civiltà romantica sia per quanto riguarda le arti figurative che sul versante letterario e musicale. Per scoprire come non sia esistito uno stile romantico comune, ma una complessità(molto moderna)fatta di tanti linguaggi tra loro molto diversi.

Gli antefatti, la nascita e la stagione iniziale e più felice della pittura macchiaiola, ossia il periodo che va dalla sperimentazione degli anni Cinquanta dell’Ottocento ai capolavori degli anni Sessanta, sono invece al centro della mostra alla Gam di Torino, riportando (tra l’altro) in città un capolavoro come la Cugina Argia di Fattori, 1861, appartenuto alla mitica collezione Gualino.Un’ottantina di opere per un racconto artistico sulla storia del movimento che a Firenze, al Caffè Michelangiolo, avrebbe messo a punto l’”effetto-macchia”, quello “stadio della pittura tradizionale – dice Virginia Bertone – in cui il pittore mette sulla tela, senza curarsi tanto dei contorni, una serie di macchie di colori per ottenere accostamenti di luce e di ombra, di colore e di luce capaci di restituire la bellezza del vero, a cominciare dal paesaggio”. Qualcosa di molto simile al gioco avviato da Lynette Yadom-Boakye, già finalista del Turner Prize, che lla Sandretto Re Rebaudengo di Torino (fino al 3 febbraio)propone la sua “sapiente e quasi scientifica manipolazione di colore”. “L’avventura dei Macchiaioli iraliani è precedente a quella degli impressionisti”, conclude Virginia Bertone . Perché già dagli anni Cinquanta dell’Ottocento diversi pittori italiani sperimentavano la “pittura di macchia” e il movimento conosce il suo momento più alto intorno agli anni Sessanta mentre gli impressionisti espongono insieme per la prima volta “solo” nel 1874. Eppure i francesi radunati a Parigi sono al centro dell’attenzione, diventano subito di moda, identificati attraverso il lavoro fdi grandi mercanti (come Paul Durand-Ruel) e considerato dai critici d’arte fautori del linguaggio più aggiornato e più alto(Longhi docet). Mentra la pittura dei Macchiaioli verrà ingiustamente giudicata “provinciale” (nei contenuti, non certo nella tecnica) poiché legata ad ambienti regionali e a temi modesti.

Buongiorno , allora , signor Fattori! Bentornato.