di Bruno Muheim, da Il Giornale dell’Arte, n. 375, maggio 2017

 

Il Bipartismo è veramente morto ovunque. Anche il mercato dell’arte lo rifiuta: la vecchia dicotomia aste-mercanti è totalmente obsoleta. Il comune denominatore dei due rapporti usciti il mese scorso, quello di Tefaf e quello di Art Basel, insiste su una nuova ripartizione, più vicina al primo turno delle elezioni francesi che alle prossime elezioni italiane. Sta a ciscuno di noi identificare nei divrsi attori i vari Fillon, Le Pen, Macron o Mélenchon. Questa moltiplicazione deriva dalle difficoltà dei due vecchi protagonisti del mercato: le ste tradizionali vanno malee le porte delle botteghe degli antiquari si aprono sempre più di rado ad un visitatore. Credo che sarebbe utile definire una nuova terminologia, basata più sulla forma che sul risultato finale della trattativa, essendo questa, una volta registrata, meno interessante da analizzare. 

Per capire meglio la situazione usiamo i dati dei due rapprti. Quello di Tefaf, a cura dell’economista Rachel Pownall, suona un po’ troppo come un inno alle gallerie e più specificatamente a quelle che usano le fiere: sa un po’ troppo di autopropaganda. Clare McAndrew, passata ad Art Basel da Tefaf, conoscendo da anni il mercato offre una visione secondo me più coerente. Usare troppe percentuali, comunque, è fuorviante: come abbiamo sempre detto ci sono pochissimi dati sicuri per i mercanti. 

Partiamo dai due classici attori del mercato: gli antiquari e le case d’asta nella loro attività di routine, cioè gli antiquari all’interno delle loro gallerie e le società di vendita con i loro tradizionali incanti. I primi aspettano che suoni il campanello; le seconde distribuiscono i loro cataloghi  prima dei preview-anteprime delle loro dispersioni. Questo sistema è stato la base del mercato per quasi tre secoli; ora non funziona assolutamente più. Facendo parlare le cifre, però, questa è ancora lo zoccolo duro del mercato dell’arte. Partendo dai 56,5 miliardi di dollari d’incasso globale (cifra fornita dall’Art Basel report) arriviamo a 32,5 miliardi per i mercanti e 17 per le aste.

Ma se vogliamo usare le nostre nuove chiavi di lettura arriviamo a risultati più compositi. Occorre dividere in quattro le diverse forme d’acquisto possibile. La prima, plurisecolare, è l’acquisto diretto da un mercante nel suo negozio; la seconda è la partecipazione ad un’asta tradizionale; la terza è l’acquisto in occasione di una fiera. Queste tre prime operazioni si fanno alla luce del solee a conoscenza di tutti con una presentazione pubblica e/o un catalogo ufficiale. La quarta è l’acquisto realizzato in trattativa privata, sia esso condotto da un mediatore privato, da una casa d’aste o ancora da un mercante. In un mondo ideale l’opera d’arte passerebbe direttamente dalla casa del venditore a quella dell’acquirente senza nessuna pubblicità. Può così accadere che tanti mediatori offrano lo stesso quadro nello stesso momento a decine di persone diverse che, avendo tratto lezioni dal passato pagandole sulla propria pelle, molto spesso comunicano tra di loro per capire il grado di confidenzialità della trattativa. Dai 32,5 miliardi dei mercanti dobbiamo dunque sottrarre 13 miliardi, frutto delle loro vendite in fiere; arriviamo così ad un ammontare di 19,5 miliardi di loro attività tradizionale, da cui dovremmo togliere le trattative private per aggregarle alla nostra quarta voce. Potremmo ipotizzare quasi 5 miliardi presi dai mercanti ai quali aggiungiamo circa 2 miliardi delle case d’asta e un po’ più di 3 miliardi provenienti dai tradizionali intermendiari privati. Il totale per questo settore ammonta così a un po’ più di 10 miliardi. 

Per intuizione e senza basi precise possiamo immaginare la seguente ripartizione del totale di 56,5 miliardi: attività tradizionali in galleria, 16; fiere, 13; aste pubbliche, 17; trattative private,  10,5.

Questo approccio, dal punto di vista dell’acquirente, da una parte dimostra la grande supremazia dei mercanti, che arrivano sempre a 32,5 dei 56,5 miliardi globali del mercato dell’arte; dall’altra insegna anche come questi ultimi abbiano saputo diversificare il loro metodo di vendita per affrontare il futuro. Per le case d’asta manca un approccio nuovo  e il loro declino dell’11% nel 2016 rispetto al 2015 ne offre l aprova matematica.